OSSERVATORIO TEORETICO
Alla radice della possibilità del dire - Determinazioni ontologiche 1991
Premessa
L'essere ontologico non è una risposta. È una coordinata. Uno stratagemma logico, non una verità, non una certezza, ma uno strumento costruito dall'uomo per dare nome e forma a ciò che non si lascia afferrare. Funziona come unità di misura non perché delimiti il reale, ma perché consente di orientarsi all'interno di ciò che il reale non spiega ancora. Ogni sistema concettuale, religioso, scientifico, ha bisogno di un punto fisso da cui calcolare la distanza dall'ignoto. L'essere potrebbe svolgere questa funzione: non svela, ma riferisce. Sarebbe il modo con cui l'incertezza viene resa dicibile, se non comprensibile. Molti filosofi hanno usato il termine essere come se la sua esistenza fosse un dato acquisito. Ma nessuno può dirlo. E questo dubbio non è un limite del pensiero umano, è il punto di partenza.
Descrizione
C'è un gesto che l'uomo compie senza accorgersene: guarda le cose e non vede niente. Le classifica, le misura, le compra e le vende, le trasforma in merci o in strumenti, ma non le vede. Non le vede perché non si ferma abbastanza a lungo davanti a esse da porsi la domanda, che pure sarebbe inevitabile, se solo ci si fermasse: perché questa cosa esiste? Non è una domanda accademica. È la domanda più radicale che un essere umano possa rivolgere alla realtà. Ed è una domanda che resta aperta, perché la risposta non sta nelle cose: sta nel rapporto tra le cose e ciò che le rende possibili. Sta nella differenza, che Heidegger chiamò differenza ontologica, tra l'ente e l'essere. L'ente è la cosa concreta: il pezzo di legno, il chiodo, il filo, il sasso. L'essere è ciò senza di cui nessuno di questi enti potrebbe esistere, non una cosa tra le cose, ma la condizione di possibilità di ogni cosa. Non si vede, non si tocca, non si può nemmeno definire né mettere nel discorso: si può soltanto intuire. Eppure è più reale di qualsiasi ente, perché ogni ente lo presuppone. Il discorso sull'essere è il più semplice che esista, e proprio per questo è il più difficile: il nostro intelletto è attrezzato per gestire la complessità, per distinguere, classificare, tenere assieme milioni di concetti e di giudizi. Ma qui non c'è niente da classificare. C'è solo l'essere. Il paradosso con cui bisogna fare i conti è questo: noi arriviamo all'essere sempre e soltanto attraverso gli enti. Non esiste altra via. La filosofia non è un'attività che si svolge nell'astratto, nasce dal contatto con le cose reali, quelle che si toccano e si vedono. Prima viene il pezzo di legno, nella sequenza dell'esperienza sensibile, nell'ordine del tempo. L'essere viene dopo, come intuizione che sorge lentamente, faticosamente, dalla frequentazione prolungata e ostinata degli enti. Ma logicamente l'essere viene prima: fonda ogni ente, lo precede, lo rende intelligibile. Senza la possibilità di affermare l'essere, non potremmo dire nulla di niente, né che questo è un chiodo, né che quello è un filo, né che questo è un bicchiere. Siamo arrivati alla radice della possibilità del dire: al punto da cui ogni affermazione, ogni giudizio, ogni parola diventa possibile. Questo scarto, tra ciò che viene prima nell'esperienza e ciò che viene prima nella logica, è esattamente lo spazio in cui il pensiero diventa necessario. Non utile, non confortante: necessario.
La serie di installazioni scultoree, ideata nel 1991, parte da qui. Una mano che tiene un oggetto. Un ente diverso per ogni opera, un chiodo, un filo di ferro, un capello, un frammento di vetro, una radice, una moneta, un osso. Un sasso vale quanto qualsiasi altro ente. Il progetto non ha bisogno di rarità o particolarità: ha bisogno di presenza. È proprio questa indifferenza verso il tipo di oggetto che rende la serie potenzialmente infinita. La scelta di non intervenire esteticamente sulla struttura è programmatica. L'opera aspira alla neutralità. Qualsiasi rifinitura eccedente il necessario costituirebbe una distrazione, uno spostamento dell'attenzione dall'ente all'involucro che lo sostiene. L'imperfezione non è un residuo del processo produttivo, è una condizione metodologica. La mano non interpreta, non valorizza, non gerarchizza. Tiene. È un dispositivo di presentazione puro, ridotto alla funzione minima: offrire la cosa alla visione senza mediazione, senza cornice narrativa, niente commento. Wittgenstein scriveva che di ciò di cui non si può parlare si deve tacere. Questa serie prende quella proposizione sul serio e la trasforma in forma plastica: tace su tutto tranne che sulla presenza dell'ente. Lo lascia essere lì, esposto, irriducibile a qualsiasi interpretazione che non parta dal semplice fatto che è. Il titolo di ogni opera coincide con l'oggetto che la mano tiene. Perché ogni ente è una determinazione dell'essere: l'essere che si è ristretto, che si è fatto preciso, che ha assunto forma e materia e durata invece di restare nell'indifferenza dell'indeterminato. Ma attenzione: l'ente è essere, non è l'essere. L'essere si manifesta negli enti senza mai ridursi a nessuno di essi. Questo è il motivo per cui le opere non hanno un numero definito e non possono averlo. Ogni opera si avvicina senza arrivare. E questa impossibilità non è un fallimento. È, semmai, la condizione stessa del pensiero. Le opere non risolvono niente. Non sono pensate per rassicurare né per concludere, e non offrono una visione del mondo coerente e consolante. Sono concepite per produrre in chi guarda quell'inquietudine specifica che sorge quando una cosa semplice viene sottratta all'automatismo della percezione quotidiana e restituita alla propria singolarità assoluta. Guardare abbastanza a lungo un pezzo di legno senza pensare a cosa ci si possa fare con esso è un atto quasi impossibile per chiunque viva dentro una società che misura tutto in termini di utilità. Eppure è esattamente da questo atto impossibile che comincia il pensiero.
V R
Lampadina (Determinazione ontologica). 1991©. Cemento armato, ferro , legno, lampadina. Cm 60x20x22.
Foglio di carta (Determinazione ontologica). 1991©. Cemento armato, ferro , legno, carta. Cm 59x17x15.
Listello di legno (Determinazione ontologica). 1993©. Cemento armato, ferro , legno. Cm 70x12x27.
Frammento di specchio (Determinazione ontologica). 1999©. Cemento armato, ferro , legno, specchio. Cm 60x20x22.
Matita bianca (Determinazione ontologica). 1991©. Cemento armato, ferro , legno, matita bianca. Cm 30x40x16.
Pezzo di plastica (Determinazione ontologica). 1991©. Cemento armato, specchi, legno, plastica. Cm 21x22x15.
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